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La paura mangia l'anima - recensione di OGM

autore: OGM      
31 gennaio 2011
(aggiornato 31 gennaio 2011) | InVisibili


Attenzione! Sono presenti spoiler o anticipazioni del finale.

La definizione sociologica della diversità passa necessariamente attraverso il pregiudizio, ed è una variabile soggetta ai cambiamenti degli umori e delle situazioni. Lo sfondo della normalità, rispetto a cui essa è definita per contrasto, è, infatti, un insieme di abitudini, di valori convenzionali, di mode e costumi, ed è dunque un temporaneo prodotto della storia. Questa tesi è esemplificata, in questo film, sulla scala ridotta di un piccolo quartiere di Monaco, dal rapporto affettivo tra una vedova tedesca di mezz’età ed un giovane immigrato marocchino. Vista da dentro, la loro storia risulta perfettamente tranquilla e naturale,  ma è la sua connotazione difforme rispetto al contesto a renderla estremamente problematica. Lo sdegno manifestato dai vicini, dai familiari, dalle colleghe e dai conoscenti di Emanuela di fronte a quell’inatteso matrimonio è la tipica, violenta reazione di difesa che i sistemi dalle regole consolidate rivolgono contro tutto ciò che viola la norma intesa come consuetudine, in virtù del suo carattere di novità (che la lente deformante del preconcetto interpreta, in senso peggiorativo, come devianza). L’obiettivo di Fassbinder ci restituisce un quadro della realtà diviso tra genuinità dei comportamenti individuali (quando segue, giorno dopo giorno, la relazione tra Emmi ed Ali) e teatrale artificiosità degli atteggiamenti collettivi (quando il suo sguardo si posa sull’altra gente). Questa duplicità del registro registico sembra riprendere il dualismo tra eroe e coro tipico della drammaturgia greca, in cui la particolare iniziativa del singolo è posta sullo sfondo della cosiddetta verità ufficiale. Il rapporto sentimentale tra i due protagonisti è, di per sé, reso unico dai particolari motivi di attrazione, di complicità, e anche di incomprensione e di attrito che da sempre caratterizzano, dall’interno, tutte le coppie, e che le differenziano l’una dall’altra. A questa unicità, che si traduce, positivamente, come irripetibilità, le circostanze al contorno ne sovrappongono surrettiziamente un’altra, intesa nel terrorizzante significato di anomalia senza uguali e tale, quindi, da far scattare automatici meccanismi di repulsione. In questa dinamica, evidentemente, il criterio della moralità, con tanta sicurezza invocato come motivazione della sentenza di condanna, non entra per nulla. L’etica, infatti, è un insieme di principi condivisi dalla maggioranza, scritti o taciti, ma comunque articolabili in un preciso codice che sancisca, in maniera generale e univoca, obblighi e divieti. Tra questi non figura (né, quasi certamente, mai figurerà, nella nostra cultura), una regola sull’età, sulla condizione e sull’appartenenza etnica dei soggetti adulti che intendano contrarre matrimonio. Alle avversioni personali, alle credenze popolari, alle paranoie collettive non spetta, nella società civilizzata, la dignità del testo di riferimento. Tant’è vero che, come questo film ci ricorda nel finale, basta il contingente prevalere dell’utilità e dell’interesse a farle istantaneamente decadere.

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