Boyle si cimenta nel genere che potrei definire "Ultimo minuto", storia di sopravvivenza estrema che vede l'uomo in balia di eventi che lo spingono ad andare oltre le proprie paure e allo stremo delle forze.
A differenza di altri film del genere (vedi "Open water" oppure "Buried"), la situazione in cui si va a cacciare il protagonista non è direttamente collegata a una paura atavica (squali voraci, il seppellimento da vivi) o a una specifica questione di tempo che sta per scadere. Qui si parla di rimanere incastrati con una mano in un fosso (per farla molto breve, pardon). Il regista, quindi, è nella difficoltà di gestire un'ora e mezza di film con un attore (che se la cava) con pochissime risorse a disposizione per allungare il brodo o creare nello spettatore un senso di svolta nella trama.
La storia, vera, viene quindi scandita da visioni, ricordi, inquadrature ricercate (che a volte cadono nel ridicolo) che anzichè mostrare il senso di disagio e, via via, di disperazione, rendono il tutto molto simile a uno spot (tanto che per indicare al pubblico che il protagonista comincia ad avere sete, vengono mostrate le pubblicità di alcune bibite).
Il risultato è poco sporco, bensì, ed è peggio per questo genere di film, pop: quindi poco incisivo.
Si lascia comunque guardare, e il pre-finale recupera la tensione smarrita nel corso delle famose 127 ore.


























































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